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Giacomo Susani

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Intervista con Giacomo Susani di Andrea Aguzzi Blog “Chitarra e dintorni”, 28 maggio 2015

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La prima domanda è sempre la stessa: come è iniziato il tuo amore per la chitarra e che strumenti suoni e hai suonato?

Ho incontrato la chitarra durante un campo estivo all’età di 7 anni e ne sono rimasto subito affascinato. Così ho cominciato a prendere delle lezioni in una piccola scuola di musica nella mia città. Ho però la fortuna di vivere in una famiglia dove la musica classica si ascolta e si conosce. Mio nonno era Antonio Pocaterra, primo violoncello della Scala e molti altri componenti della famiglia, da parte di mia madre, sono stati musicisti importanti. E’ stato quindi per me quasi naturale appassionarmi alla musica e proseguire a studiarla Gli strumenti che suono abitualmente sono due: una chitarra del 1926 del liutaio spagnolo Domingo Esteso, (con cui ho registrato il cd) e una del liutaio inglese David Rubio del 1996. Ho avuto occasione di provare diversi strumenti, tra cui anche delle Torres (colui che viene definito lo Stradivari della chitarra). La chitarra è uno strumento dalle qualità sonore straordinarie e vi sono stati liutai che con i loro strumenti ne hanno accompagnato la sua storia arricchendola di significati. Strumenti in grado di produrre suoni spesso inimmaginabili per molte blasonate chitarre contemporanee che oggi vanno per la maggiore. La mia personale ricerca sonora si rivolge con attenzione alla conoscenza della storia di questo strumento e agli strumenti di alta liuteria.

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Quali sono stati i tuoi percorsi musicali e con chi hai studiato?

Il mio primo vero Maestro è stato Paolo Muggia, che fu, negli anni ’70, il primo chitarrista ad insegnare al Conservatorio Pollini di Padova. Con lui ho studiato sino al compimento del quinto anno, dopo il quale sono entrato al Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, che ho scelto perché lì insegnava (e insegna tuttora) Stefano Grondona; di lui già avevo sentito diversi cd e il suo suono mi aveva affascinato profondamente.

Che cosa significa essere stato il primo italiano ad aggiudicarsi la Julian Bream Trust?

Sono naturalmente molto orgoglioso perché è un importante riconoscimento ma sono soprattutto molto contento perché ho avuto l’occasione di conoscere Julian Bream e di suonare per lui (andrò ancora a trovarlo nella sua casa di Tisbury alla fine di questo mese, per mostrargli il percorso di studi fatto in questo anno accademico ormai al termine).

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?

Mi ritrovo concorde con questa affermazione di Berio e questo mio primo cd, nella scelta del programma, lo dimostra: la conoscenza della musica classica e della sua complessità è fondamentale per poter comprendere, interpretare e creare musica; la visione diacronica e sincronica della disciplina è requisito fondamentale per un musicista.

Come sei riuscito a incidere il tuo primo disco con la Stradivarius? Come mai hai scelto quel repertorio, sembra ti piaccia muoverti attraverso periodi temporali diversi …

Prima di partire per Londra volevo fare delle registrazioni che potessero determinare un punto di arrivo del mio percorso formativo prima della nuova avventura. Ho scoperto che vicino alla mia città realizzava registrazioni Marco Lincetto, proprietario anche di una casa discografica, la Velut Luna, che ha come missione la produzione in altissima qualità delle registrazioni audio di musica classica. E così, nel maggio 2014, per quattro giorni di seguito, abbiamo registrato i brani. In seguito, verso ottobre, ho avuto l’occasione di perfezionare alcuni passaggi di editing con Andrea Dandolo, della Stradivarius,che si è dimostrato molto interessato alla mia musica e che ha accettato di pubblicarmi. E così abbiamo completato il lavoro e a febbraio è uscito il cd. La scelta dei brani (in realtà ne ho registrato qualcuno in più di quelli pubblicati), come spiego nel libretto del cd, è quella di pagine musicali del Barocco e del Novecento, temporalmente distanti ma profondamente corrispondenti tra loro, appartenenti a una sorta di “assoluto” musicale e perfettamente adatti a restituire quella che è un’idea di suono, del mio suono, con la mia chitarra, oggi.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Nella classe di chitarra di Michael Lewin alla Royal c’è una parte del corso che si chiama “Fingerboard Harmony”, dove si lavora anche sull’improvvisazione e sulla rielaborazione di pezzi, anche non originali per chitarra, tratti dal repertorio barocco (realizzazione di basso numerato e improvvisazione su di esso), jazz e contemporaneo. E’ stata per me una nuova esperienza che all’inizio mi lasciava un po’ perplesso e che invece mi ha entusiasmato. Affrontando lo studio e la reinterpretazione di alcuni brani (tra cui la Sonata per violino e basso continuo n.1 di Vivaldi e molti “classici” del jazz-standard) mi sono reso conto nella pratica di quello che dicevo prima, cioè di come alcuni canoni compositivi, alcune forme armoniche del repertorio classico, sopravvivano e vengano assimilate e coerentemente trasformate nella musica moderna e anche di come la capacità di riconoscimento e di “manomissione” di esse da parte dell’interprete/compositore sia parte fondamentale nel percorso di conoscenza.

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Qual è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

Nell’interpretare la musica dei compositori, l’errore lo intendo come il fraintendimento dei contenuti sonori e musicali celati dietro i pochi simboli di uno spartito che devono restituire un mondo ricco e complesso quale è quello di un brano musicale. E’ un mio cruccio costante ed è la parte più complicata ma anche più affascinante nel dialogo immaginario che intercorre tra me e la pagina musicale quando studio. L’errore più facile da commettere è quello di rinunciare alla complessità musicale e lasciarsi andare a facili e immediate sintesi. Errori che generino sorprese inaspettate in senso positivo credo che possano succedere, ma direi che quando accade sono risultato piuttosto di divagazioni, tentativi, esperimenti. Non errori. In fondo stiamo parlando di musica, arte, poesia, mondo sensibile insomma, non di attività metodologiche rigide. Fanno quindi parte del gioco. In ogni caso sono, proprio perché inaspettate, non predeterminabili e parte anch’esse della meraviglia della musica.

Se dovessi scegliere, quale compositore preferiresti suonare?

E’ una scelta difficile… Tra i compositori per chitarra direi Ferdinando Sor per l’Ottocento, Alexandre Tansman e Mario Castelnuovo-Tedesco per il repertorio Segoviano, Benjamin Britten per il suo unico Nocturnal; naturalmente, anche se suoniamo trascrizioni per liuto, non posso non citare J. S. Bach! Per quanto ristretto, in confronto ad altri strumenti, il repertorio chitarristico presenta pagine bellissime e spesso sconosciute. Fuori del repertorio chitarristico il corso di Lewin quest’anno mi ha anche offerto la possibilità di trascrivere alcuni brani e mi sono molto appassionato nella trascrizione di una Fuga di G. F. Händel, la Season June di P. I. Tchaikovsky e Capriccio n.4 da I 24 Capricci di J. P. J. Rode.

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Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

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La relazione tra passato e presente, tra antico e nuovo è una questione importante, nella musica come in qualsiasi campo artistico. Rispondo citando a memoria una frase scritta da un musicista e che, a mio parere, ne sintetizza universalmente l’essenza: “Si è grandi solo per ciò che si riesce a realizzare. L’opera non si crea con materiali inesistenti prima della sua realizzazione” (Maurice Ravel).

Parliamo di marketing. Quanto pensi sia importante per un musicista? Quanto è importante essere dei buoni promotori di se stessi della propria musica oggi?

Il tempo che io vivo è quello delle comunicazioni veloci, immediate. Anche la visibilità di per sé può essere rapida e veloce. Ma credo che frasi del tipo “se non sei sul Web non sei nessuno”, nel senso di essere “cliccato”, visto, seguito, quale conferma del successo, lascino il tempo che trovano. Essere sul Web, come decidere di fare un cd, è un’azione che credo si debba riempire di qualche contenuto, altrimenti si rischia di essere spazzati dalla corrente che lo stesso Web produce o, peggio, di uniformarsi ad un’idea di musica sensazionalistica, costruita a tavolino, da “star system” o da slogan del tipo “il Mozart dei nostri tempi”, e che però della musica spesso è solo lontana parente. Non ho agenti, non ho promoter. Non ho tempo per pensare a strategie di marketing. Sarà un problema futuro, per ora non mi basta il tempo nemmeno per studiare….

Quale compositore (o che periodo musicale) pensi sia più facile da apprezzare per un non musicista? Pensi che possano apprezzare anche pezzi tecnicamente più difficili o bisogna per forza ricorrere a qualcosa di più … immediato e orecchiabile?

Ho avuto modo di constatare in qualche mio concerto che qualsiasi pubblico, anche quello più “ a digiuno” di cultura musicale, sia potenzialmente in grado di apprezzare la bella musica. Non necessariamente la musica facile, orecchiabile o virtuosistica. Sono certo che se opportunamente diffusa (leggi: “suonata”, ma magari anche “spiegata”) la musica classica potrebbe avere molte possibilità di farsi conoscere per quello che veramente è e entrare a far parte di un patrimonio collettivo di conoscenza.

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1) Sergiu Celibidache – Brahms Symphonies
2) Arturo Benedetti Michelangeli – Debussy preludes
3)Stefano Grondona – Sin Palabras
4) Glenn Gould – L’Arte della Fuga
5) Giacomo Puccini – La Bohème.

Chi ti piacerebbe suonare? Che musica ascolti di solito?

Io amo ascoltare prevalentemente musica classica, non solo repertorio chitarristico; la musica barocca, propriamente Classica, Romantica e del Novecento sono per me una fonte inesauribile di interesse, di piacere, di crescita. Amo anche ascoltare alcuni compositori di musica contemporanea (da Philip Glass a Gyorgy Ligeti), spesso attingendo dalla produzione di musica per immagini, che poi è anche l’altro mio grande interesse nel campo musicale: all’Accademia quest’anno ho seguito corsi di analisi di musica extraeuropea e di orchestrazione e ho avuto modo di comporre e di orchestrare molto e comunque, anche prima di entrare alla Royal, ho avuto diverse esperienze nel campo della composizione in generale (ho seguito i corsi pre-accademici al Conservatorio di Vicenza) e per immagini (ho composto alcune colonne sonore per short films e per rappresentazioni teatrali). Quello che dicevo all’inizio dell’intervista, il necessario intreccio tra musica classica e musica contemporanea, in questo specifico ambito della musica per immagini si esprime in tutta la sua più profonda necessità.

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I tuoi prossimi progetti? Quanto ti vedremo suonare di nuovo in Italia?

Nei prossimi mesi ho diversi esami in Accademia e come dicevo più sopra devo suonare per Julian Bream e, forse, un concorso chitarristico a Londra. Buona parte dell’estate penso che la passerò con la chitarra, a fare per il secondo anno il corso di perfezionamento alla Chigiana a Siena, con Oscar Ghiglia, e una Masterclass in Valtellina con Laura Mondiello, dove spero anche di potermi esibire in qualche concerto. Più a lungo termine ho altri progetti discografici in mente e comunque anche e sempre cercare occasioni per fare concerti. E poi l’ampliamento del repertorio e naturalmente gli studi alla Royal Academy che, ho potuto sperimentare quest’anno, è molto impegnativa. E quando capita un’occasione di un concerto in Italia, è sempre una buona occasione per tornarci!

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